venerdì 9 giugno 2017

Storia della Commedia Sexy


Gordiano Lupi - Storia della commedia sexy aall'italiana
Pagine 230 - Euro 16 - SENSOINVERSO EDIZIONI (Ravenna)
La commedia erotica, detta anche commedia sexy o commedia scollacciata, deriva dalla commedia all’italiana e presenta una commistione di diversi generi cine-letterari. La commedia sexy comincia a far parlare di sé a partire dagli inizi degli anni Settanta, un periodo poco florido per il cinema italiano, che vive all’ombra dei grandi successi statunitensi. I prodotti italiani nascono come puro cinema di imitazione sulla scia dei lavori d’oltreoceano, nella speranza di bissarne i grandi incassi al botteghino. Questo assunto presenta le dovute eccezioni. Pensiamo a un genere come lo spaghetti western che, pur attingendo dal cinema statunitense, da Sergio Leone in poi presenta una ben precisa originalità. Per l’horror vale lo stesso discorso, perché registi come Lucio Fulci, Dario Argento e Joe D’Amato rappresentano una via italiana alla cinematografia del brivido. La commedia sexy, però, è un genere italiano al cento per cento ed è una diretta filiazione della commedia classica, forse è il solo genere a non risentire di alcuna suggestione esterofila. Nella commedia erotica tutto deriva dalla nostra cultura: luoghi, circostanze, situazioni, erotismo morboso e malizioso. I registi che praticano il genere si limitano a trasporre sul grande schermo l’immaginario erotico dell’italiano medio e strizzano l’occhio alle fantasie degli adolescenti. Per questo vediamo sfilare sul grande schermo una serie di bellezze che prendono le sembianze di vigilesse, poliziotte, insegnanti, studentesse, dottoresse, infermiere, maestre di scuola e chi più ne ha più ne metta. Le interpreti della commedia erotica sono attrici belle e maliziose, ma dotate di una sensualità naturale, lontana anni luce dalla bellezza artificiale di certe attrici contemporanee. Queste attrici vestono i panni delle donne che ogni giorno frequentano la vita dell’italiano medio ed è così che il sogno erotico sembra a portata di mano. I registi giocano su questo fatto e accanto alla bellezza di turno utilizzano attori comici bravi ma non belli, come Lino Banfi e Alvaro Vitali, e li mettono al centro di situazioni erotiche piccanti. I sogni del maschio italiano si fanno realtà, anche se sono sempre le donne a condurre il gioco e a far capitolare gli uomini. Le commedie sexy hanno una trama semplice e spesso prevedibile, anche se i film davvero riusciti non sono uguali uno all’altro. I comici bravi improvvisano e caratterizzano certe pellicole, così come i registi più dotati imprimono un marchio d’autore riconoscibile. La commedia sexy, come tanto cinema italiano originale di quel periodo storico, non è cinema di serie B e certa critica importante ha la responsabilità di averne affrettato la scomparsa. Adesso possiamo pure rivalutare la commedia erotica, ma resta il fatto che il nostro cinema ha lasciato morire il suo unico genere originale. La commedia sexy, fin dal suo apparire, riscuote un grande successo di pubblico e nessuna attenzione da parte della critica, che stronca per principio ogni pellicola. In questi film si raccontano spaccati di provincia, gelosie, amori, tradimenti, invidie, sempre con il sorriso sulle labbra, ricorrendo spesso a una comicità di grana grossa. Immancabili le bellezze discinte, le docce, gli sguardi furtivi dal buco della serratura, i reggicalze, le gonne che si alzano improvvise, una scala provvidenziale sotto la quale spiare i segreti del sesso e via dicendo. Possiamo dire, con Gian Luca Castoldi, che è da Signore e signori (1965) di Pietro Germi che la commedia all’italiana comincia a virare verso un erotismo più accentuato. Il primo esempio di commedia sexy, secondo Bruschini e Tentori, è Vedove inconsolabili in cerca di distrazioni (1969) di Bruno Gaburro, mentre per altri resta Mazzabubù… quante corna stanno quaggiù (1970) di Mariano Laurenti. A ben guardare, però, sono due pellicole che possono sempre essere ricondotte nel quadro più ampio della commedia all’italiana. Non è facile indicare con precisione una pellicola che ha cominciato a introdurre varianti sexy nella commedia all’italiana, perché anche nello schema classico un velato erotismo c’è sempre stato. Il modello fondamentale resta Malizia (1973) di Salvatore Samperi, una pellicola di livello superiore alla media che detta gli stilemi imprescindibili del genere. La commedia sexy comincia a farsi spazio nei gusti degli spettatori italiani ormai stanchi del decamerotico. Malizia (1973) di Salvatore Samperi è il film che apre le porte al genere ed è il capostipite di tutte quelle commedie scollacciate che hanno la famiglia come campo d’azione delle situazioni perverse. Chi non ricorda la sexy cameriera Laura Antonelli mentre seduce il giovanissimo Alessandro Momo? Il reggicalze, la scala sotto la quale spiare le gambe, la doccia nuda e il buco della serratura, tutte le malizie del genere cominciano proprio da Malizia. La stessa Laura Antonelli interpreterà altri film sulla stessa falsariga ma non riuscirà mai a bissare il successo dell’originale. Cose come Peccato veniale (1974), Scandalo (1976), Nenè (1977), Casta e pura (1981) e infine il pessimo Malizia 2000 (1991) sono decisamente inferiori. La commedia sexy riunisce due elementi fondamentali: un po’ di sesso non troppo spinto e una comicità di bassa lega, quasi sempre piuttosto volgare. Tra le prime commedie sexy possiamo citare Non commettere atti impuri (1971) di Giulio Petroni con Barbara Bouchet. La commedia sexy si divide in sottogeneri: famigliare, professioni, scolastico e militare, secondo l’ambiente dove viene inserita l’azione comico - erotica. Questi film vengono quasi sempre girati in provincia e riproducono la vita dell’Italia lontana dai grandi centri, spesso è la Puglia che la fa da padrona, forse perché in quel periodo sta cercando un lancio turistico. Sono film che piacciono molto in provincia dove il pubblico frequenta le sale anche solo per guardare le bellezze provocanti delle protagoniste. Logico che ambientare in provincia l’azione filmica comporta una maggior identificazione nei sogni erotici dello spettatore. Le donne sono importanti nella commedia sexy e il buon andamento del film dipende dalla scelta dell’attrice: Edwige Fenech e Gloria Guida vogliono dire successo sicuro presso un certo tipo di pubblico. La prima è indicata per rivestire ruoli da insegnante, poliziotta e dottoressa, mentre la seconda è perfetta come ragazzina maliziosa, studentessa e torbida amante di vecchi sporcaccioni. Altre sexy star da non dimenticare sono Barbara Bouchet, Carmen Villani, Nadia Cassini, Laura Antonelli, ma l’elenco sarebbe interminabile. La commedia sexy non è tale senza le solite scene di doccia, le spiate dal buco della serratura, le trovate da pochade, le volgarità gratuite, le flatulenze, i rumori corporali, le battutacce grevi e volgari. Tutto come da copione. Tra i registi che hanno praticato la commedia sexy citiamo Sergio Martino, Nando Cicero, Mariano Laurenti, Marino Girolami, Michele Massimo Tarantini, Marino Girolami, Gianfranco Baldanello, Mauro Ivaldi, Giuliano Carnimeo, Tiziano Longo, Nello Rossati, Bruno Corbucci e Sergio Corbucci. Non dimentichiamo che si sono cimentati nel genere anche registi come Lucio Fulci, Luigi Cozzi, Joe D’Amato, Umberto Lenzi, Mino Guerrini, Massimo Dallamano e molti altri.





(Foto di libro con Dargys)

Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi

giovedì 4 maggio 2017

Donne di marmo per uomini di latta (2016)


di Roger A. Fratter



Regia: Roger A. Fratter. Soggetto e Sceneggiatura: Roger A. Fratter. Fotografia: Lorenzo Rogan. Operatori: Lorenzo Rogan, Stefano Ravanelli. Fotografo di Scena: Marco Paciolla. Scenografia: Celso Albavilla. Trucco: Lahila Laveaux. Montaggio: Roger A. Fratter. Direttore di Produzione: Alban Herizei. Musiche Originali: Massimo Numa, Luciano D’Addetta. Distribuzione Home Video: Foglio Cinema. Durata: 89’. Genere: Drammatico, Erotico, Psicologico. Titolo Internazionale: Marble Women for tin men. Interpreti: Liana Volpi (Roberta), Valentina Di Simone (Simona), Magda Lys (Francesca), Gloria Gordini (Clara), Roger A. Fratter (Giorgio), Anna Palco (Diana), Mery Rubes (proprietaria del night), Beata Walewska (Cinzia), Debby Love (Lucia), Gisy Bergamo (cliente edicola), Giusepe Cardella (Trussani), Massimiliano Aresi (Alessandro), William Carrera (Carlo), Giuliano Melis (scultore), Mark Provera, Max Bezzati, Maurizio Quarta, Fulvio Piavani, Beatrice Chieu, La Dany.


Roger A. Fratter continua a indagare l’universo femminile, dopo Rapporto di un regista su alcune giovani attrici e Tutte le donne di un uomo da nulla, mettendo in primo piano l’erotismo e il contrasto di personalità tra uomo e donna, con la seconda inesorabilmente vincente grazie alle armi della seduzione e del sesso. Donne di marmo per uomini di latta si propone di dimostrare che l’uomo è una cosa insignificante mentre la donna conduce sempre il gioco, è l’elemento determinante del rapporto, tratta l’uomo come meglio crede, non è mai succube ma dominatrice.



In breve la trama. Roberta dirige la rivista Sculturopoli, fondata insieme a Giorgio e all’imprenditore Trussani, è una donna frustrata che tratta male i suoi collaboratori e pretende una servile dipendenza. Vive una sorta d’amore malato con Giorgio, pur essendo la donna di Trussani, odia la collaboratrice Simona - giovane amante di Giorgio - e fa di tutto per licenziarla. A sua volta Giorgio soffre per una situazione familiare difficile, separato dalla moglie, con una figlia adottiva (Francesca) che odia la madre e tormenta il padre, tra sogni incestuosi e sfide provocanti. Non anticipiamo altro a livello di trama per non rivelare colpi di scena e situazioni che portano a un precipitare degli eventi, ma soffermiamoci sulle valenze psicologiche della pellicola. Fratter analizza con maggior profondità del solito il rapporto padre - figlia, portandolo su un terreno pericoloso, spingendo la macchina da presa a perlustrare tentativi di rapporti erotici semi incestuosi. Non solo. La donna è sempre in primo piano, che sia donna - padrona o (più raramente) donna- remissiva, persino donna - angelo vendicatore in un violento finale. L’uomo non ne esce bene, dimostra di non capire l’universo femminile, di restare in superficie, perché i ragionamenti profondi, introspettivi, si registrano soltanto nelle sequenze che vedono una donna davanti alla macchina da presa. Attrici bellissime, come sempre nei film di Fratter, bene le tre interpreti, con una perfida Liana Volpi  calata nel ruolo della  protagonista, mentre Magda Lys è una figlia perfetta, bambola bionda con gli occhi azzurri e i pensieri profondi, per finire con Valentina Di Simone, spogliarellista torbida e sensuale. Liana Volpi è straordinaria in una sequenza altamente drammatica dove subisce una violenza carnale ed è bravissima nei panni di una manager vogliosa e insaziabile, gelosa e cinica, donna in carriera sensuale e sprezzante che manovra i sottoposti come burattini. Roger A. Fratter fa di tutto, in puro stile Joe D’Amato, dalla regia al montaggio, passando per soggetto e sceneggiatura, interpretando persino il ruolo maschile principale. Ottime le musiche di Numa e D’Addetta, impostate su sonorità rap e momenti melodici, buona la coloratissima fotografia digitale di Rogan, montaggio compassato come richiede il tipo di pellicola. Voce fuori campo onnipresente, ma non fastidiosa visto che rappresenta i pensieri delle donne protagoniste, soprattutto della figlia che vive desideri onirici e passioni perverse, trascurata da un padre che vorrebbe tutto per sé. Buona l’ambientazione tra il Lago di Garda e Bergamo con l’idea originale di un incipit psichedelico in sottofondo verde acqua tra piccole gocce che rigano un vetro. Film teatrale e profondo con molti nudi integrali femminili, esibiti con malizia e torbida provocazione, in giochi di seduzione erotica molti intensi. Analisi cinica e impietosa di un rapporto uomo - donna impostato su basi non paritarie, spesso finalizzato al solo rapporto sessuale. La donna è una dama di ferro, simbolo della rivista Sculturopoli ma soprattutto metafora delle idee che pervadono la sceneggiatura. L’uomo è un oggetto inutile, un pezzo di latta, privo di personalità, soggiogato dal seducente potere femminile. Donne di marmo per uomini di latta è un ulteriore tassello nella ricerca narrativa di Fratter, un regista che è passato dal cinema di genere, dagli horror cupi e spettrali degli esordi, a una filmografia di stampo introspettivo e psicologico. Consigliato per un pubblico adulto. Lo trovate in libreria, distribuito da Foglio Cinema, circuito Libroco. Ma anche su IBS e Amazon. Da vedere.

venerdì 14 aprile 2017

Una vampata d’amore (1953)


di Ingmar Bergman

Regia: Ingmar Bergman.Soggetto e Sceneggiatura: Ingmar Bergman. Fotografia: Sven Nykvist, Hilding Bladh. Montaggio: Carl - Olov Skeppstedt. Musiche: Karl-Birger Blomdahl. suono: Olle Jacobsson. Costumista: Mago. Direttore di Scena: Crals Ove Carlberg.  Produttore. Rune Waldekranz. Produzione: Sandrewproduktion. Distribuzione: Sandrew Bauman Film. Distribuzione Italiana: Globe Film International. Origine: Svezia (1953). Durata. 92’. Fotografia. b/n. Titolo originale: Gycklarnas afton (La serata dei buffoni). Distribuito in Italia: 1959. Riedizione Televisiva: 1975. Interpreti: Čke Grönenberg (Albert), Harriet Andersson (Anne), Hasse Ekman (Frans), Anders Ek (Teodor), Gudrun Brost (Alma), Annika Tretow (Agda), Erik Strandmark (Jens), Gunnar Björnstrand (Sjuberg), Curt Löwgren (Blom), Čke Fridell (ufficiale), Kiki (il nano), Majken Torkeli (signora Ekberg), Vanjek Hedberg (suo figlio), Curt Löwgren (Blom), Conrad Gyllenhammar (Fager), Mona Sylwan (signora Fager), Hanny Schedin (zia Asta), Michael Fant (Anton), Naemi Briese (signora Meijer), Lissi Alandh, Karl-Axel Forssberg. Olav Riégo, John Starck, Erna Groth, Agda Helin, july Bernby, Göran Lundquist, Mats Hĉdell.

Una vampata d’amore - meglio sarebbe stato lasciare il titolo originale La serata dei buffoni - non è tra i film più noti e celebrati di Ingmar Bergman, contemporaneo a un capolavoro come Monica e il desiderio resta un po’ in ombra, ma la critica francese lo giudica una delle opere nere più riuscite del Maestro svedese. Bene hanno fatto la Ripley’s Film e Viggo srl a riportare sul mercato il DVD di un’opera che in Italia non si apprezzava dalla edizione televisiva del 1975, successiva a quella cinematografica del 1959, visto che da noi Bergman è arrivato con sei anni di ritardo rispetto alla patria di origine. Un DVD realizzato da un master HD CAM in versione originale, fornito dal distributore internazionale NON STOP SALES AB, prezioso e  imperdibile per un collezionista delle opere del regista svedese. La colonna italiana, non essendo più reperibile il negativo colonna, è stata masterizzata e sottoposta a pulizia digitale, a partire da un positivo di 35mm d’epoca stampato dalla Globe Film International per la prima distribuzione italiana del 1959. Non ci sono Extra, questo è il solo limite di un’importante operazione culturale.
Bergman scrive, sceneggia e dirige la storia di Albert (Grönenberg), il direttore di un circo, stanco di tutto, persino del suo lavoro, separato dalla moglie - che rimpiange non per amore ma per la vita borghese - con una giovane amante (Andersson) che a un certo punto lo tradisce con un perfido attore di teatro. Bergman descrive da grande artista il rapporto logoro tra i due amanti, vissuto tra consuetudini e frasi fatte, gelosie e tradimenti, parole non dette e sogni di fuga. Il finale è molto triste, con Albert deriso e malmenato, dopo aver cercato di vendicarsi del rivale, non riesce neppure a suicidarsi e finisce per uccidere l’orso del circo. Tragedia ridicola, se si vuole, perché tutto torna al punto di partenza: il circo riprende il suo girovagare, Albert torna con la sua amante e la vita prosegue tra delusioni, rimpianti e inutili sogni di cambiamento. In fondo, nel breve volgere di una notte, l’uomo e la donna si sono traditi reciprocamene, perché il primo sarebbe tornato a vivere con la moglie, se soltanto lei lo avesse accettato. L’amante, invece, si è lasciata sedurre da uno squallido teatrante che l’ha ricompensata con un gioiello falso ed è andato al circo per deriderla. Bene ha fatto la critica francese a definire il film un’opera nera che mette in scena un’umanità dolente, incapace di cambiare la propria vita, una storia d’amore non convenzionale, dal contenuto introspettivo che anticipa i futuri capolavori. Un film ricco di immagini cruente, fotografia gelida in bianco e nero, soluzioni di regia originali (figure riprese negli specchi, in controluce), poetici piani sequenza e panoramiche di scogliere, prati e montagne che si specchiano nel mare. Romanticismo espressionista che non presta il fianco a sentimentalismi di sorta e a immagini consolatorie, ma sempre crudo e realistico, persino cinico e sadico. Attori straordinari, impostati secondo le regole del teatro, così come il cinema di Bergman resta sempre molto teatrale, anche se la fotografia di Sven Nykvist conferisce un respiro ampio e grande intensità agli esterni.
Bergman afferma nel libro autobiografico Immagini (Garzanti, 1992): “Il film è un tumulto, ma un tumulto ben organizzato. Lo scrissi in un piccolo hotel nei pressi di piazza Mosebacke, la camera era stretta, con una vista di chilometri sulla città e sulla rada. Dall’hotel si scendeva al teatro attraverso una scala a chiocciola segreta. La sera si udiva la musica che veniva dal palcoscenico della rivista. Di notte, nella sala da pranzo dell’hotel, gli attori e i loro bizzarri ospiti facevano festa. In quell’ambiente, in meno di tre settimane, nacque Una vampata d’amore, scritto di getto, dal principio alla fine, guidato dai demoni della gelosia. Qualche anno prima ero stato sconsideratamente innamorato. Con il pretesto dell’interesse professionale spinsi la mia amata a raccontarmi nei dettagli le sue sfaccettate esperienze erotiche. La specifica eccitazione della gelosia retrospettiva mi logorò, graffiandomi nelle viscere e nel sesso”.
Possiamo dire che il film è una combinazione continua di erotismo e di umiliazioni, che parte dall’episodio di Frost e Alma - narrato in un breve flashback - per poi approfondire il sentimento sviscerando la stanca relazione tra Albert e Anne. Una vampata d’amore non fu accolto bene dalla critica, addirittura un critico svedese scrisse di rifiutarsi di valutare ocularmente l’opera del signor Bergman. Il tempo ha dato ragione al grande regista, perché il film è invecchiato benissimo e resiste con la forza del capolavoro al passare del tempo.