martedì 17 gennaio 2017

Bordella (1976)

di Pupi Avati



Soggetto: Antonio Avati, Gianni Cavina, Pupi Avati. Sceneggiatura: Pupi Avati, Antonio Avati, Gianni Cavina, Maurizio Costanzo. Fotografia: Enrico Menczer (Technospes, Cosmovision, Ece). montaggio: Amedeo Salfa. Supervisione al Montaggio: Ruggero Mastroianni. Costumi: Maria Baroni. Trucco: Giovanni Amadei. Maestro d’Armi: Enzo Musumeci Greco. Coreografie: Tito Leduc. Scenografia: Guido Josia. Aiuto Regista: Riccardo Tognazzi, Guido Girolami. Operatore alla Macchina: Roberto Brega, Rosario Maria Montesanti.Fonico: Mario Dallimonti. Fotografo di Scena: Francesco Bellomo. Effetti Speciali: Giovanni Corridori. Sincronizzazione: Fono Roma srl, CVD. Mixage: Venanzio Braschi. Musiche: Amedeo Tommasi (Eurofilmusic Edizioni Musicali srl). Canzoni: I’m free, The morning of my life, American love company di A. Tommasi e M. Gore;  Manhattan di Rogers e Hart; Comme facette mammeta di G. Cataldo e S. Sgambardella. Produttore: Gianni Minervini, Antonio Avati. Casa di Produzione: Euro International Films. Genere: Commedia grottesca, Musical. Durata: 100’. Dedicato ad Al Lettieri. Interpreti: Al Lettieri, Christian De Sica, Gianni Cavina, Luigi Proietti, Taryn Power, Vladek Sheybal, Luigi Montefiori, Maurizio Bonuglia, Rosemarie Lindt, Greta Vaillant, Giselda Castrini, Alida Cappellini, Marcello Casco, Paolo Graldi, Ferdinando Orlandi, Pietro Brambilla, Valentino Macchi, Maria Rosa La Fauci, Tiziana Redini, Enea Ferrario, Michele Mirabella, Francesco D’Adda, Cesare Bastelli, Diana Salvador, Elvira Cortese, Vincent Gardenia, Gianfranco Principi, Maria Teresa Piaggio, Rosamaria Calogero, Giancarlo Muratori, Vittorio Moroni, Cesare Di Vito, Luciano Crovato, Giuseppe Terranova, Anna Recchimuzzi, Jho Jhenkins, Elisa Mainardi.


Bordella è un film curioso, grottesco, surreale, del tutto non classificabile ricorrendo alle ordinarie categorie della critica cinematografica. Musical geniale condito di trovate assurde che fungono da tormentone (la cassa da morto che deve scendere le scale di un condominio, il bancario ladro…) e con un sua morale anticonsumistica e in fondo anche un po’ antiamericana. Si parte con un finto telegiornale che mostra vere immagini di Kissinger - e in seguito pure Nixon - doppiati con una voce fuori campo che presenta il progetto di spacciare felicità. Gli USA decidono che è il momento di impostare un affare economico globale basato su droga, sesso e tutto quello che - lecito o illecito - possa procurare felicità e guadagno. Un italo americano, Eddie Mordace (Al Lettieri) viene incaricato dal governo statunitense di aprire una succursale milanese della American Love Company, una casa di tolleranza per donne insoddisfatte, un bordello al femminile, in pratica. Mordace recluta un cameriere gay, un gigantesco playboy (Montefiori), un pugile impotente (Cavina), un nobile (De Sica) e un maniaco sessuale (Proietti) per impostare il lavoro e soddisfare la ricca clientela.


Ne viene fuori un film ricco di gag e trovate fumettistiche, ai limiti del grottesco, persino eccessive, tra flashback assurdi e intere parti coreografico - musicali che fanno pensare a un musical. Avati inserisce nel film tutto il suo amore per il cinema e per la musica, tra brani jazz, note americane anni Cinquanta e brani classici italiani ben mixati da Amedeo Tommasi. Tra i flashback memorabile quello con protagonista Cavina nei panni del pugile suonato che viene truccato da spagnolo e da africano ma finisce sempre per buscarle di santa ragione. Interpreti azzeccati anche negli altri ruoli, sia Montefiori come amante instancabile, che Proietti come assatanato stupratore di donne, persino un giovanissimo De Sica, lezioso maestro di buone maniere aristocratiche.


Per le parti da musical Proietti e De Sica sono perfetti, mostrano tutta la loro bravura ancora in nuce ma che con il tempo riusciranno a sviluppare. La trama procede tra finte paralitiche che si trasformano in ninfomani, comici duelli all’arma bianca, citazioni esplicite de L’uomo invisibile, coreografie fantastiche di Tito Leduc (lo vediamo in un piccolo ruolo), suicidi mancati per colpa di profilattici troppo resistenti, intermezzi erotici da Carosello, una mormone che contesta il sesso, festini americani con premiazione finale degli erotici eroi. Straordinario il finale con Mr. Chips, l’imprenditore americano (Gardenia), che chiede al misterioso uomo fasciato da capo a piedi: “Ma lei chi cazzo è?. Risposta: “Io? L’uomo invisibile!”. Avati ci mette un pizzico di fantastico, fa sciogliere le bende e mostra l’uomo invisibile che scompare all’orizzonte.


Bordella ebbe problemi con la censura, ma a nostro parere fu sequestrato non tanto per oltraggio al pudore quanto per il pericoloso messaggio anticonsumistico e antiamericano che stava alla base della pellicola. Girato tra New York e Milano, una produzione economicamente costosa che non recupera le spese, visto lo scarso successo di pubblico. Troppo avanti rispetto ai tempi, perché rivisto oggi Bordella è un film moderno e godibile, ricco di un umorismo per niente invecchiato. Tra gli sceneggiatori ricordiamo la presenza di Maurizio Costanzo, insieme ai fratelli Avati e Gianni Cavina che - come nella Mazurka - si ritaglia un ruolo che gli calza a pennello. Bordella è dedicato ad Al Lettieri (New York, 1928 - 1975), il mitico Sollozzo de Il padrino, qui doppiato da Carlo Giuffrè nel ruolo principale, che muore per un infarto al miocardio poco prima dell’uscita della pellicola.


La critica. Marco Giusti (Stracult): “Il film più curioso di Avati. Non mantiene nella messa in scena la curiosità dell’idea iniziale, è comunque un buffo, anomalo esperimento”. Giusti sostiene che la filiale italiana dell’industria del sesso al femminile viene chiamata Bordella, ma non è vero, resta American Love Company. E in realtà la messa in scena è persino superiore all’idea iniziale, tra trovate eccessive, battute surreali, suntuose parti coreografiche e canzoni. Paolo Mereghetti (due stelle): “Surreale apologo contro il consumismo e il cinismo politico, il film offre una carrellata di caratteri eccentrici e divertenti, ma non riesce a liberarsi di un macchiettismo un po’ gratuito”. I critici veri dovrebbero spiegare a noi spettatori comuni appassionati di cinema cosa intendono per macchiettismo, perché nel film abbiamo visto solo trovate geniali.  Morando Morandini (due stelle e mezzo - tre per il pubblico): “Satira intelligente, originale e un po’ folle, diretta da un Avati che mostra ancora una volta un talento esile ma vero e, comunque, personale”. Non concordiamo sulla definizione di esile riguardo al talento, ma per il resto ci siamo. Pino Farinotti porta il giudizio a tre stelle, che condividiamo, ma lo fa senza motivare. 



mercoledì 4 gennaio 2017

Fuoco e fumo (2017)


di Stefano Simone

Titolo: Fuoco e fumo. Origine: Italia. Anno: 2017. Durata: 86’. Genere: Noir. Produzione: Indiemovie con la collaborazione dell’ I.T.E. Toniolo di Manfredonia. Regia: Stefano Simone. Interpreti: Gianmarco Carbone, Désirée Manzella, Michele Renzullo, Antonio Rignanese, Marco Trotta, Luca Nobile, Melissa Salvemini, Enzo Misuriello, Luca Ferrandino, Giorgia Croce, Luca Ciuffreda, Matteo Perillo, Filippo Totaro, Siponta De Leo, Ciro Salvemini, Pellegrino Iannelli. Soggetto e Sceneggiatura: Matteo Simone. Consulenza alla sceneggiatura: Simone Giusti e Gordiano Lupi. Musiche: Luca Auriemma. Effetti speciali: Mariangela Spagnuolo. Fonico: Daniel Leporace. Aiuto regista: Marco Caputo.




Stefano Simone si confronta con il bullismo giovanile, tema impegnativo e di grande attualità, ma a rischio retorica per un film e difficile da ingabbiare nelle maglie di una storia che risente del suo limite di produzione scolastica. Il titolo del film è estrapolato da un aforisma di Disraeli: il coraggio è fuoco e il bullismo è fumo, senza dimenticare che è il fuoco che ci riscalda e non il suo fumo (T. Merton). L’ambientazione è pugliese, a Manfredonia, tra scuola, centro storico, lungomare e periferia degradata, ripresa con stile pasoliniano. Gli interpreti sono quasi tutti dilettanti, in gran parte studenti dell’Istituto Tecnico Toniolo, ma se la cavano bene, vista la giovane età e l’assoluta mancanza di esperienza. Alcuni ruoli adulti spiccano per una maggiore professionalità, soprattutto Filippo Totaro, nella fiction docente di matematica, che ricordiamo brillante coprotagonista de Gli scacchi della vita.


La sceneggiatura racconta un anno scolastico difficile, inaugurato da un discorso del preside e da una successivo preambolo del professore (entrambi troppo lunghi e didascalici nell’economia del film), per poi entrare nel vivo della storia. In breve la trama, senza raccontare troppi dettagli per non rovinare il piacere della visione. Un gruppo di bulli tormenta un ragazzino omosessuale e una coppia etero, tra loro molto amici, fino al prevedibile evento drammatico che fa scoppiare il caso giudiziario in ambiente scolastico. Il protagonista della storia trova il coraggio di ribellarsi ai bulli in una sequenza che anticipa un ottimo finale, non certo rassicurante ma realistico, con nuovi bulli all’orizzonte e altri pericoli dai quali difendersi. La lotta è ancora lunga…


Stefano Simone stigmatizza la violenza e il bullismo all’interno della società contemporanea, impostando un condivisibile discorso sociale, che comprende l’accettazione della diversità e la lotta per affermare valori basilari per un corretto vivere civile. Certo, sarebbe stata una scelta migliore far scaturire le considerazioni dagli eventi, dai fatti, dalle azioni. Il film, invece, opta per un racconto piano e lineare, a base di dialoghi tra ragazzi, spesso non realistici, lontani mille miglia dal vero gergo giovanile. La sceneggiatura è prevedibile, ma alcuni colpi di scena riescono a ravvivarla, così come le parti di pura azione rappresentano i momenti migliori del film: inseguimenti, pestaggi e scorribande notturne dei bulli che sfasciano negozi, tormentano prostitute e rubano in chiesa. Ottima la fotografia notturna, dal verde al giallo ocra che tanto ricorda il noir di Sollima, per passare al tono di fondo luminoso e gelido che immortala un cielo plumbeo e un mare poco rassicurante.

Bene le riprese in soggettiva, convulse e dinamiche, realizzate con la macchina a mano, rese ancora più potenti da un montaggio rapido e sincopato. Il regista avrebbe dovuto puntare di più sulle parti di pura azione, per le quali pare molto dotato, sulle sequenze da noir metropolitano, riducendo al minimo i dialoghi tra adolescenti e gli interventi narrativi degli adulti, che stonano nel contesto giovanile. Musica sintetica in perfetta sintonia con le sequenze più dure e riuscite, che riesce a drammatizzare bene gli eventi narrati, rendendoli più intensi e angosciosi. Interessante l’uso del flashback e dei ricordi onirici, soprattutto per costruire il personaggio del ragazzino omosessuale e per giustificare il suicidio dopo una terribile sequenza di pestaggio resa con crudo realismo. Simone cita il cinema western con la sfida finale tra il protagonista e i bulli, sotto il sole di una periferia degradata, realizzando un mix ben strutturato che ricorda analoghe rese dei conti che abbiamo apprezzato nel cinema nero di Fernando di Leo.
Fuoco e fumo è cinema realistico, a metà strada tra il noir metropolitano e il romanzo di formazione. Difficile paragonarlo ai lavori precedenti di Stefano Simone, perché rispetto a Gli scacchi della vita - puro cinema fantastico - siamo su un piano narrativo del tutto diverso. Si apprezza lo stile del regista, nota positiva che delinea una certa continuità narrativa e una crescita da un punto di vista tecnico, ma si nota pure la mancanza di una solida sceneggiatura che avrebbe dato più forza alla pellicola. Un lavoro apprezzabile, interessante a livello sociale, un passo in avanti per il regista che si confronta con una complessa direzione degli attori e riesce a far recitare in maniera sufficiente un gruppo di giovani interpreti privi di esperienza. Restiamo in attesa di vedere Stefano Simone all’opera con un vero noir metropolitano, scritto senza fronzoli e dialoghi, cucito su misura per mettere in evidenza le sue doti narrative.


Il mio cinema, due volte a settimana, su Futuro Europa:
http://www.futuro-europa.it/dossier/cineteca

martedì 3 gennaio 2017

Appunti su Massimo Dallamano







Massimo Dallamano (1917 - 1976) comincia come operatore di documentari e direttore della fotografia, prima di dedicarsi alla regia con una decina di pellicole abbastanza popolari. Ricordiamo l’erotico Le malizie di Venere (1969) con Laura Antonelli, il thriller Cosa avete fatto a Solange? (1972), il sexy Innocenza e turbamento (1974) e il poliziottesco La polizia chiede aiuto (1974). In questo pezzo parliamo di due pellicole ricche di riferimenti horror come Il Dio chiamato Dorian (1970) e Il medaglione insanguinato – Perché? (1975).




Il Dio chiamato Dorian (1970)  

Regia: Massimo Dallamano. Soggetto: Il ritratto di Dorian Gray (1890) di Oscar Wilde. Sceneggiatura: Marcello Coscia, Massimo Dallamano, Günter Ebert. Fotografia: Otello Spilla. Musica: Peppino De Luca, Carlos Pes. Montaggio: Leo Jahn, Nicholas Wentworth. Produzione: Samuel Z. Arkoff, Harry Alan Towers (Italia/ Germania/ Gran Bretagna). Interpreti: Helmut Berger, Herbert Lom, Richard Todd, Marie Liljedahl, Beryl Cunnigham, Margaret Lee, Isa Miranda, Eleonora Rossi Drago, Renato Romano, Stewart Black, Francesco Tens, Stefano Oppedisano, Renzo Marignano.  



Trama: Dorian, un bel giovane ricco e narcisista, ama Sybil, aspirante attrice. Il ragazzo posa per un ritratto che gli sta facendo il suo amico pittore Basil. Quando il ritratto finisce Dorian si rende conto  che lui dovrà invecchiare mentre il quadro resterà immutato nel tempo, ritraendo la sua bellezza. La notte stessa litiga con Sybil e la scaccia. Il mattino successivo scopre che la sua immagina nel ritratto appare leggermente stanca, come invecchiata. Dorian decide di nascondere il quadro e continua la sua vita viziosa, senza risparmiarsi. Invecchierà soltanto la sua immagine…  


La pellicola racconta la storia di Dorian Gray (Berger), ossessionato dalla possibilità di perdere la giovinezza e innamorato del suo ritratto, fino a vendere l’anima al diavolo per far invecchiare al suo posto il dipinto dall’amico pittore Basil (Todd). Dorian è un grande seduttore di uomini e donne, spinge al suicidio il suo unico vero amore che abbandona per un sogno di eterna giovinezza, commette omicidi e alla fine si suicida di fronte al ritratto divenuto mostruoso. Dallamano e Marcello Coscia realizzano la sceneggiatura di un film cupo e morboso, rielaborando Il ritratto di Dorian Gray (1890) di Oscar Wilde, ma in versione più ambigua e aggiornata rispetto al precedente lavoro di Albert Lewin (1945). Il cast è notevole, punta su un bello e maledetto come Helmut Berger, un vero e proprio angelo del male, ma anche su tante bellezze femminili come Marie Liljedahl, Margaret Lee, Beryl Cunningham e Maria Rohm. Non sono da sottovalutare le interpretazioni di Eleonora Rossi Drago e Isa Miranda. Ricordiamo misteriose soggettive iniziali e una suggestiva fotografia londinese, oltre a un’inquietante atmosfera onirica. Margaret Lee è un’affascinante e viziosa nobile che si invaghisce di Dorian, ma nella versione televisiva le concessioni erotiche sono minime, restano a livello di suggestione. Pellicola distrutta dalla censura - come accade al precedente Le malizie di Venere - per il tono cupo e l’erotismo malsano di cui è permeata. Helmut Berger è molto bravo nei panni di un mefistofelico amante assassino che concupisce le prede per poi liberarsene con efferati omicidi. L’attore austriaco è al suo quinto film italiano, dopo aver interpretato Le streghe (1967) e La caduta degli Dei (1970) di Luchino Visconti, ma anche i meno famosi I giovani tigri (1968) di Antonio Leonviola e Sai cosa faceva Stalin alle donne? (1968) di Maurizio Liverani. Il lancio definitivo era stato merito di Visconti e anche per questo motivo i giornali parlavano di una sua presunta ambiguità. Il suo personaggio è quello di un uomo perverso e affascinante, ma a un certo punto la sua vita diventa un incubo e viene assalito dal rimorso di aver perso l’unico vero amore. Il lato horror - misterioso viene sacrificato a vantaggio di una maggior attenzione al versante erotico. L’atmosfera è suggestiva, sia per la musica psichedelica anni Settanta, che per una commistione di temi che vanno dal fantastico - colto a una curata attenzione verso il mondo hippie e borghese del periodo storico. Fotografia anticata e nitida di Otello Spilla. Molto suggestivo l’incipit: “due mani tremanti, sporche di sangue, l’acqua che scorre da un rubinetto e cancella le tracce di un omicidio”. L’operazione estetica di Dallamano è difficile, se non impossibile. Il suo Dorian Gray non ha niente di innocente e di ingenuo, ma è un perverso Helmut Berger che si muove a suo agio nei night londinesi, subisce il fascino di uomini e donne, si lascia trasportare in una spirale di sesso e decadenza senza limiti. Molte le citazioni prese dall’opera di Oscar Wilde che impreziosiscono soggetto e sceneggiatura. Pare che il regista originario avrebbe dovuto essere Jesús Franco, per un film sicuramente nelle sue corde, soprattutto per le molte concessioni all’eros spinto, anche in versione omosessuale. incompiuto.


Il Dio chiamato Dorian è una pellicola sulla solitudine umana, esistenziale, psichedelica, che indaga sui fantasmi del passato e sulle colpe di un uomo che si è macchiato di delitti imperdonabili. La versione integrale del film è reperibile soltanto sul mercato tedesco. In Italia esistono diverse versioni, tutte più o meno tagliate, ma la più completa è uscita in dvd per Raro Video. Nel 2008 è uscita una produzione Minerva Video, facilmente reperibile. Nel 2012 è stata messa in commercio anche la colonna sonora del film, composta da Peppino De Luca e Carlos Pes, distribuita da CAM.


Il film presenta una location molto sfruttata del cinema italiano: Villa Giovannelli a Roma, un vero e proprio luogo comune del nostro cinema. Il Dio chiamato Dorian è il primo film girato in loco, ne seguiranno molti altri, da In nome del popolo italiano (1971) a Ti amo in tutte le lingue del mondo (2005). Molte location esterne sono londinesi, rappresentano la parte più interessante del film che sfrutta al meglio l’ambientazione inglese. Per approfondire si consiglia di consultare il Davinotti on line.


Rassegna critica. Rudy Salvagnini (Dizionario dei film horror): “Curiosa versione de Il ritratto di Dorian Gray di Oscar Wilde che punta, non senza fondamento, sull’erotismo e sulle depravazioni più che sull’orrore, restando quindi abbastanza in linea con gli intenti del romanzo. L’ambientazione contemporanea e la presenza del bello e maledetto per antonomasia - un Helmut Berger che sembra fatto apposta per il ruolo - rendono il film interessante, anche se l’andamento sin troppo prevedibile non aiuta” (due stelle e mezzo). Paolo Mereghetti: “I tempi non sono ancora maturi per un’operazione di aggiornamento del Dorian Gray classico, il risultato pare affrettato, superficiale, anche se non manca il divertimento pop, specie nell’uso delle attrici più attempate” (una stella e mezzo). Pino Farinotti concede due stelle ma non motiva. Filmscoop: “Il cast fa in pieno il suo dovere, il film è gradevole, si lascia guardare, ma non va oltre il mero esercizio di stile. Colpa di una trama risaputa che si discosta solo per un finale leggermente modificato”. Un film elegante, girato con cura, che concede molto all’exploitation e alla cultura psichedelica del periodo storico, ma non rinuncia a cercare la sua strada come pellicola d’autore. 


Il medaglione insanguinato – Perché? (1975) è interpretato da Richard Johnson, Joanna Cassidy, Nicoletta Elmi, Ida Galli, Edmund Purdom, Riccardo Garrone, Dana Ghia e Lila Kedrova. La storia narra le vicende di un regista inglese vedovo (Johnson) che sta girando un documentario sull’arte demoniaca, mentre la figlia (Elmi) viene catturata dalle forze maligne sprigionate da una pittura maledetta. La chiave del mistero sembra nascosta in un medaglione che il regista aveva regalato alla moglie e che adesso la bambina tiene con sé. La pellicola è ben diretta, ambientata nelle campagne umbre con gusto e suggestioni da horror edipico - satanico che rimandano con frequenza a L’esorcista (1973) di William Friedckin. Gli sceneggiatori sono Franco Marotta e Laura Toscano, oggi valenti autori di fiction televisiva. La fotografia è di Franco Delli Colli, mentre le ottime musiche sono di Stelvio Cipriani. Il film gode di una ben precisa originalità ed è caratterizzato da pregevoli parti oniriche che vedono protagonista Nicoletta Elmi (Emily). La piccola attrice è molto brava a tratteggiare il personaggio di una ragazzina innamorata del padre al punto di arrivare a uccidere tutte le compagne della sua vita. La pellicola si svolge tra Londra e Spoleto, ma è la cittadina umbra il luogo dell’orrore, tra vicoli stretti, antiche chiese cadenti e campagne nebbiose. La madre di Emily è morta bruciata, ma solo nel finale la bambina si rende conto che è stata lei a ucciderla, spinta dall’amore morboso per il padre. Il terribile abbraccio terminale tra Emily e il padre viene suggellato dalle parole: “Solo così potremo stare sempre insieme”. Una spada trafigge i due cuori in una stretta mortale. Un horror edipico in piena regola, cupo e disperato, inquietante e malinconico, che la stupenda colonna sonora di Stelvio Cipriani rende ancora più suggestivo. 


Il mio cinema, due volte a settimana, su Futuro Europa:
http://www.futuro-europa.it/dossier/cineteca

martedì 20 dicembre 2016

Muore Aldo Florio





Il regista Aldo Florio (a sinistra) con l'attore Gerardo Amato davanti al Palazzo del Cinema al Lido di Venezia

Muore Aldo Florio (Sora, 3 gennaio 1925, Roma 18 dicembre 2016) e la notizia mi giunge dallo sceneggiatore e regista Ernesto Gastaldi, comune amico, che aveva sempre avuto con il cineasta ciociaro un rapporto speciale. Ecco le sue parole di commento: “Oggi è morto il bravo regista Aldo Florio.  Grande uomo, un mio amico da 60 anni, l'uomo che al mio arrivo a Roma mi aiutò come fossero stati grandi amici, ma l'avevo incontrato nel 1953 per pochi minuti da Ferrua, in un bar di Biella, mi offrì un Punt & Mes, e , sapendo che avevo intenzione di fare cinema mi diede il suo indirizzo di casa, pensando che non sarei mai venuto a Roma. Invece andai a suonare alla sua porta nel 1955 insieme a Peppo Sacchi, quello avrebbe fatto cadere il monopolio della RAI fondando Telebiella: allora eravamo entrambi ragazzotti senza arte né parte, solo con la voglia di fare cinema. Ci accolse a casa, ci sfamò, ci cerco una stanza e ci trovò lavoro come comparse in Guerra e pace, a Cinecittà, e ci diede una mano per entrare al Centro Sperimentale di Roma. Da allora, 60 anni di amicizia. Ho bevuto un Punt & Mes, come facevamo da 60 anni ogni volta che ci incontravamo. Era il mio ultimo grande amico romano, dopo la scomparsa di due mesi fa di Tonino Valerii. Ho bevuto un  Punt & Mes, l'ultimo, alla memoria. Non resta che piangere”.


Il mio cinema, due volte a settimana:
http://www.futuro-europa.it/dossier/cineteca
 

lunedì 19 dicembre 2016

Cinema Italiano Database: CANONE INVERSO (2000)

Cinema Italiano Database: CANONE INVERSO (2000): Regia/Director: Ricky Tognazzi Soggetto/Subject: Ricky Tognazzi, Simona Izzo, Graziano Diana, opera Sceneggiatura/Screenplay: Ricky T...




Il mio cinema, due volte a settimana:
http://www.futuro-europa.it/dossier/cineteca

mercoledì 16 novembre 2016

Le trasgressioni di Gualtiero Jacopetti





Gualtiero Jacopetti è un toscano della Garfagnana, nasce nel 1919 a Barga, paese caro a Giovanni Pascoli che lo immortalò definendolo con magici versi il suo “cantuccio d’ombra romita”. Jacopetti intraprende la carriera militare, combatte nella seconda guerra mondiale come ufficiale di collegamento ed è collaboratore del controspionaggio americano. Finita la guerra fa il propagandista per la Democrazia Cristiana e con la sua azione contribuisce alla vittoria nel referendum sul blocco socialcomunista alle elezioni politiche del 1948. Nel primo dopoguerra, su consiglio e raccomandazione dell’amico Indro Montanelli, si dà al giornalismo e scrive articoli di costume  e attualità su Oggi, Il Corriere della Sera e La Settimana Incom. Per il giornale di via Solferino fa l’inviato speciale, alla Settimana Incom è capo redattore, infine fonda e dirige il settimanale Cronache. I primi contatti di Jacopetti con il mondo delle immagini avvengono nel 1950 e riguardano i commenti sonori del cinegiornale Settimana Incom e della rubrica televisiva Cineselezione.


La vita di Jacopetti pare orientata a grandi successi nel mondo del giornalismo, ma la sua vita privata desta scalpore e attenzione da parte dei media per le continue conquiste femminili. Jacopetti è un tipo interessante che piace alle donne e lui ne è consapevole, tanto che gioca molto sulla sua fama di rubacuori. Nel febbraio del 1955 uno scandalo sessuale porta Jacopetti alla ribalta delle cronache e lo travolge. La giovane zingara Jolanda Kalderas, una ragazzina di appena dodici anni, accusa Jacopetti e il suo amico Pier Luigi Buzzetti di averla portata in un appartamento di via San Giovanni Decollato per violentarla in presenza di una giovane donna. L’identità della donna che osserva l’episodio di violenza resta avvolta nel mistero e la fantasia dei giornalisti si sbizzarrisce per dare un nome a quella che venne indicata come Annie (o Anny). Pare che sia lei a organizzare tutto e alcuni media indicano diversi nomi di ragazze della Roma -bene ma non si scopre niente di certo. Il reato di violenza carnale è perseguibile solo su querela da parte dei genitori della minorenne, ma la giustizia indaga ugualmente. Jacopetti e Buzzetti sono accusati di violenza carnale e ratto a scopo di libidine.


In un primo tempo i due si danno alla latitanza per far affievolire lo scandalo, ma un mese dopo Jacopetti compare davanti al Sostituto Procuratore della Repubblica di Roma, Mario Bruno, per rispondere alle accuse. A questo punto Jacopetti si mette alla ricerca dei genitori della ragazzina e tenta di chiudere lo scandalo in maniera stragiudiziale. La madre sarebbe d’accordo a sistemare tutto con un congruo assegno, ma per fermare la macchina processuale serve il parere favorevole del padre che pare introvabile. Domenico Kalderas forse è in galera o forse è morto, nessuno può saperlo. Jacopetti, disperato ma deciso a risolvere il grave problema, alla fine lo rintraccia a Mirandola presso una carovana di zingari. Jacopetti e il padre della ragazza vanno a cena insieme, corrono soldi e promesse, alla fine il Kalderas decide di ritirare ogni denuncia. Non va tutto bene, però. Polizia e carabinieri sono ancora sulle tracce di Jacopetti che viene arrestato al termine della cena insieme al padre della ragazza. Il giornalista esibisce la dichiarazione autografa dei genitori, sostiene che ogni accusa è decaduta, ma la polizia non sente ragioni e Jacopetti viene tradotto in carcere.


Jacopetti e Kalderas trascorrono un breve periodo a Regina Coeli, il padre della zingara ritratta la dichiarazione firmata e si decide a inoltrare la querela di parte che innesca l’azione penale contro il giornalista. C’è il sospetto che lo zingaro venga obbligato da qualcuno ma è impossibile sapere la verità. Fatto sta che Jacopetti si trova con le spalle al muro e l’unica via d’uscita concessa dalla legislazione del tempo è un matrimonio riparatore. Il giornalista paga una forte somma alla famiglia a titolo di risarcimento danni (un milione di lire) ed è costretto a sposare la ragazzina violentata in un clima da commedia all’italiana. Le nozze vengono celebrate nella prigione di Regina Coeli e sono una farsa perché subito dopo la cerimonia la sposa rientra nella tribù zingara e Jacopetti presenta domanda per ottenere l’annullamento. Lo scandalo travolge la popolarità di Jacopetti e provoca la chiusura del settimanale Cronache, un giornale liberale considerato precursore de L’Espresso, tra i primi in Italia a parlare di divorzio.


Jacopetti sfoga tutta la sua acrimonia nei confronti della magistratura e delle forze dell’ordine nel libro Lettera aperta al Procuratore Generale. Il libro colpisce nel segno ma per Jacopetti ci sono ancora guai giudiziari sotto forma di reati commessi a mezzo stampa e per nuovi atti di libidine su minori. Il giornalista viene accusato di aver tentato di rimorchiare due ragazzine incontrate al Luna Park. Jacopetti è definito un soggetto socialmente pericoloso, viene diffidato a tenere una condotta irreprensibile se non vuole incorrere nella libertà vigilata e addirittura nel confino di polizia. Jacopetti è sconcertato, soprattutto per le ammonizioni che riguardano le cose scritte nel libro che fanno pur sempre parte della libertà di espressione. La sua condotta morale e la passione per le ragazzine saranno una costante della sua vita, croce e delizia di un’esistenza spesso sofferta (1).


Jacopetti, su consiglio dell’editore Rizzoli, abbandona la carta stampata e fonda il cinegiornale settimanale Europeo Ciak che resiste dal 1956 al 1959 con un tipico taglio anticonformista e irriverente, soprattutto verso i politici. La censura si scatena contro lo stile di Jacopetti che non si assoggetta a nessun tipo di servilismo e di retorica. Pier Francesco Pingitore e Mino Argentieri si ribellano al suo modo di fare giornalismo per immagini e cercano di screditare la figura dell’uomo per sminuirne l’opera. Jacopetti va avanti per la sua strada, per tre anni seduce il pubblico con la sua critica irriverente e a tratti qualunquista, ma sempre originale e frizzante. Ieri, oggi e domani è un altro cinegiornale prodotto da Jacopetti per conto dell’editore Rizzoli che ricalca la solita formula.


Gualtiero Jacopetti resta nella storia del nostro cinema bis come inventore dei mondo movies, ma prima di passare alla macchina da presa il giornalista cura i commenti di Europa di notte di Alessandro Blasetti (1959), Il mondo di notte di Luigi Vanzi (1960), L’America vista da un francese di Françoise Reichenbach (1960) e Che gioia vivere! Di René Clement (1961). Da queste collaborazioni viene fuori la sua intuizione di un cinegiornale sugli orrori e le storture di un mondo che sta cambiando. Franco Prosperi accoglie l’idea di Jacopetti con entusiasmo e subito viene composta una squadra di quattro persone che gira il mondo a caccia di immagini interessanti. I testi sono scritti da Jacopetti che gira le immagini e le monta, mentre Prosperi partecipa in prima persona alle riprese e alla scelta di location e argomenti. Vengono fuori due documentari che ancora oggi sono considerati cinema di culto: Mondo cane e La donna nel mondo. Gualtiero Jacopetti durante la lavorazione di questi documentari non viene meno alla sua fama di depravato e viene accusato di atti contro la morale e tentata violenza carnale nei confronti di tre bambine di undici anni. Nell’estate del 1960 Jacopetti è condannato dal tribunale di Hong Kong a tre mesi di reclusione. Mario Castellacci - a proposito della condanna di Jacopetti - scrive su Lo Specchio un sonetto irriverente che comincia così: “Mondo cane! gridava Gualtiero,/ stavolta m’ingabbiano davvero”.


Finita la condanna Jacopetti termina le riprese de La donna nel mondo e subisce un dramma personale che lo segna per lungo tempo. Nel 1961, a causa di un incidente d’auto in California muore Belinda Lee, affascinante attrice americana che da qualche anno è sua compagna di vita. Jacopetti se la cava con una frattura alla gamba e per un po’ di tempo deve camminare con un bastone. Mondo cane esce in Italia nel 1962 ed è preceduto dalle polemiche sulle vicende penali di Jacopetti e dalle leggende metropolitane in merito alla vita dissoluta che il regista avrebbe condotto in Africa e in Oriente. L’incasso di Mondo cane è fantastico, pure perché il film è interessante e rappresenta una novità nel panorama della documentaristica italiana. La colonna sonora di Riz Ortolani (lo stesso autore di Cannibal Holocaust) è una delle componenti che contribuisce a valorizzare il film. Lo stile di Jacopetti è fatto di un continuo alternarsi di immagini efferate e paradisiache, di cazzottate nello stomaco e di momenti sentimentali, di violenza e dolcezza, di riflessioni sulla vita che cambia e commenti pseudo razzisti. Il montaggio è serrato, la fotografia azzeccata, le locationes suggestive, l’idea in sé molto originale. Il successo porta Jacopetti a realizzare subito dopo Mondo cane 2 con gli scarti del primo film, inaugurando una tendenza italiana al recupero che farà la gioia di cineasti come Joe D’Amato.


I tre documentari di Jacopetti sono un trionfo al botteghino e rappresentano i maggiori successi di incasso del periodo 1962 - 63. Solo i critici non sono d’accordo e accolgono con sonore stroncature i documentari di Jacopetti e Prosperi così amati dal pubblico. Il critico de Il Borghese, giornale culturale di destra, Claudio Quarantotto rappresenta un’eccezione alla regola e apprezza i film di Jacopetti proprio per la crudeltà, il sadismo, la necrofilia che vengono ben rappresentati sul grande schermo. Ovvio che la censura si accanisce alla grande sia su Mondo cane che su Mondo cane 2 alleggerendoli di qualche metro. Va peggio a La donna nel mondo che viene bocciato in prima istanza e riesce a uscire nelle sale solo grazie ai contatti influenti di Angelo Rizzoli.


Gualtiero Jacopetti non si ferma e insiste sulla linea del documentario con nuovi prodotti come Africa addio, un affresco sui cambiamenti del continente africano in odore di razzismo strisciante e commentato da un testo di indubbio cattivo gusto. Il film si ricorda per alcuni passi che documentano la turbolenta situazione politica africana con fucilazioni e stragi riprese in diretta. Carlo Gregoretti, presente sul posto durante le riprese, accusa Jacopetti di aver partecipato alle azioni militari in Congo e di aver ripreso dal vivo le feroci esecuzioni sommarie. Nuovi guai giudiziari si profilano all’orizzonte del regista e la magistratura italiana apre un procedimento d’ufficio per stabilire la verità. L’accusa è concorso in omicidio e riguarda non solo Jacopetti ma anche il direttore della fotografia Antonio Climati e l’organizzatore generale Stanis Nievo. Il regista si difende querelando Gregoretti e il settimanale L’Espresso che ha pubblicato l’articolo per il reato di diffamazione a mezzo stampa. La battaglia giudiziaria porta incassi al film che è ancora una volta campione al botteghino, pure se la pellicola viene prima definita dalla critica come fascista, razzista, ignobile e poi finisce nelle aule dei tribunali. Se ne occupa persino il parlamento con l’interrogazione del democristiano Salvatore Foderaro, che pone l’accento sull’inopportunità che continui a circolare per le sale italiane un prodotto che reca solo discredito al continente africano. Il Ministro del Turismo e dello Spettacolo, il socialista Achille Corona, nell’agosto del 1966 a Taormina rifiuta addirittura di consegnare un premio assegnato ad Africa addio.


La Rai Tv non manda in onda la telecronaca del premio e non fa parola dell’avvenimento. Si scatena una difesa da destra di Gualtiero Jacopetti contro le angherie  e le censure della televisione di Stato ed è per questo motivo che il regista si costruisce la fama di uomo di destra. Di fatto solo la destra lo accoglie nelle sue riviste e solo la critica di destra elogia i prodotti cinematografici di Jacopetti come “emozioni proibite realizzate con cura estrema e cinica freddezza”.


Jacopetti e Prosperi lavorano a La vita è bella (1968), un quadro della civiltà contemporanea secondo la loro particolare ottica sensazionalista, ma l’opera resta incompiuta e il progetto provvisoriamente abbandonato. Il successivo documentario, Addio zio Tom, invece scatena ancora polemiche e porta di nuovo alla ribalta la coppia Jacopetti - Prosperi. Il film viene presentato come un lavoro dalla parte dei negri americani che, morto Martin Luther King, pretendono di avere un loro ruolo nella società. In realtà il documentario parla dello schiavismo in termini quasi elogiativi e nostalgici. Viene idealizzato il rapporto stretto tra  padrone e schiavo e il negro è dipinto come un essere nato per servire il bianco che lo tratta bene e lo considera come un oggetto di sua proprietà. Le accuse di razzismo sono avvalorate anche da un commento sonoro fastidioso che accentua ancora di più il senso di inutilità della pellicola. Jacopetti, Prosperi e Luciano Cirri in questo periodo realizzano anche lo spettacolo di cabaret Occidente, good-by, un’opera satirica che riprende le tematiche di Addio zio Tom.


Nello spettacolo le affermazioni razziste e qualunquiste si sprecano e vanno dai negri che vogliono un’ecatombe bianca, ai contestatori da quattro soldi, per arrivare ai nuovi preti non violenti e ai negri visti come razzisti al cioccolato. Addio zio Tom è girato negli Stati Uniti e ad Haiti utilizzando comparse prese dalla strada messe a disposizione dal dittatore Papa Doc. Il film è indubbiamente di destra e segue il filo conduttore del finto reportage cercando di raccontare l’epopea dei neri d’America secondo l’ottica dei bianchi più razzisti. Il film ha alcune scene di vero e proprio culto per gli esteti del trash come la sequenza della serva adolescente che vede la sua verginità come un ostacolo alla possibilità di servire i padroni e implora verso la macchina da presa che qualcuno gli “facesse lo servizio” per poter poi tornare dal bianco che l’ha rifiutata. Molto trash anche la scena della castrazione tramite tenaglie di uno schiavo che urla “No i palli no!” e che la folla del suo stesso colore apostrofa, dopo che il malcapitato se l’è fatta sotto per il terrore, “Ha pisciasse, c’ha paura, ha pisciasse!”. Per non parlare della scena della “purificazione anale” tramite clistere dove tutti gli schiavi soffrono per la rozzezza della pratica tranne uno, che sorride beato alla macchina da presa. Pure lo slang con cui parlano i negri è patetico.


Addio zio Tom esce nel 1971 e viene stroncato un po’ ovunque, questa volta abbastanza giustamente perché si tratta del peggior film di Jacopetti, il più falso e ideologicamente scorretto che abbia mai girato. Pure il pubblico tradisce il regista e diserta le sale anche perché il momento d’oro dei mondo movies sta finendo. Nuovi guai giudiziari per Jacopetti che si vede sequestrare il film dalla magistratura perché “contrario al buon costume e al sentimento etico e sociale per le frequenti scene di volgare sessualità, per la esasperata rappresentazione dell’odio razziale e per le tragiche e sanguinose stragi che la lotta razziale determina nella struttura dello spettacolo”. Il dissequestro di Addio zio Tom avviene poco dopo con una motivazione che lo riconosce come “opera d’arte”, ma sono gli autori che lo ritirano dalle sale e decidono di rimontarlo. Jacopetti e Prosperi pensano che la prima versione è risultata poco chiara agli spettatori e quindi inseriscono un nuovo commento di uno speaker che spiega antefatti storici e dà informazioni utili. Nel 1972 esce una nuova versione del film tagliata di ventotto minuti rispetto alla precedente e intitolata Zio Tom. Questa volta il pubblico risponde abbastanza bene, pure se non si toccano le vette di incassi dei primi mondo movies. L’unica cosa negativa è l’accusa di plagio da parte di uno scrittore francese, plagio relativo solo al titolo e per questo viene comminata una parziale condanna al risarcimento. 


La coppia Prosperi - Jacopetti, dopo il parziale insuccesso di Addio zio Tom, riprende in mano il vecchio progetto de La vita è bella e ne ricavano un film a soggetto al quale collabora anche il giornalista Claudio Quarantotto. Il film esce nel 1975 con il titolo di Mondo Candido, perché ispirato al Candido di Voltaire, e passa in rassegna una serie di atrocità commesse dal genere umano che vanno dall’inquisizione alle ingiustizie del nuovo mondo, per arrivare alle guerre civili irlandesi e al conflitto arabo-israeliano. Ma il film si occupa pure della perdita della verginità, dell’innocenza, della fine delle ideologie e della caduta delle illusioni. Il quadro deprimente che ne esce fuori è pessimista e sconcertante, rappresenta una visione del mondo cupa e nichilista che il pubblico non apprezza. Mondo Candido viene punito da critica e botteghino che decretano la fine della carriera di Jacopetti e il definitivo tramonto dei prodotti stile mondo movies.


Gualtiero Jacopetti torna alla ribalta delle cronache alla fine del 1975 quando partecipa a una “Costituente di Destra” insieme a Mario Tedeschi, direttore de Il Borghese,  che si propone alle elezioni per costituire uno schieramento conservatore a destra della Democrazia Cristiana. La costituente raduna uomini di spettacolo come Gianni Manera, Nino Segurini, Gianni Solaro e Gualtiero Jacopetti entra nel Comitato di Presidenza. Il movimento politico ha vita breve e Jacopetti comprende che nell’Italia di fine anni Settanta c’è ben poco spazio a destra di Democrazia Cristiana e che quel poco è ricoperto dal Movimento Sociale Italiano. Il nuovo movimento subisce una bruciante sconfitta nelle elezioni politiche del 1976 proprio per la sua natura neofascista che viene giudicata pericolosa dagli elettori. Il posto della “Costituente  di Destra per la libertà” è preso da Democrazia Nazionale, che si fonde con il Movimento Sociale e vede tra i suoi attivisti Gualtiero Jacopetti. Negli anni Ottanta il regista torna a occuparsi di giornalismo e collabora a Il Giornale dell’amico Montanelli come inviato speciale nelle zone calde del pianeta.


Il cinema di Jacopetti è oggi al centro di una globale rivalutazione e riscoperta. L’inventore del mondo movie, del “documentario scandalistico violento e scioccante, che con immagini di inusitato verismo, crudeli e sadiche, tende  a impressionare lo spettatore rivelandogli aspetti sconosciuti di riti e usanze proprie di numerose popolazioni” (R. Poppi “Dizionario del Cinema Italiano - I registi - Gremese, 1993). Gualtiero Jacopetti passa alla storia del cinema anche con la nome del grande mistificatore perché avrebbe costruito sul set false sequenze documentarie. L’accusa è confortata da testimonianze di suoi collaboratori diretti ma non è stata mai del tutto provata (2).
 
 
Riferimenti bibliografici
 
(1) Per le vicissitudini giudiziarie di Gualtiero Jacopetti si veda: Franco Grattarola – “Il Candido Gualtiero” - da “Il Foglio Letterario” n.21 - Edizioni Il Foglio - Piombino, 2003
 
(2) La figura di Gualtiero Jacopetti è stata ricostruita sulla base del saggio critico di Franco Grattarola sopra citato.

(3) Stefano Loparco - Gualtiero Jacopetti - Graffi sul Mondo - Il Foglio Letterario Edizioni - Piombino, 2013


Il mio cinema, due volte a settimana:
http://www.futuro-europa.it/dossier/cineteca

 

mercoledì 2 novembre 2016

La saga di Abbronzatissimi – Il ritorno della commedia balneare


La commedia balneare classica può essere considerata un’antecedente della commedia erotica, perché la spiaggia serve a mostrare attrici in bikini e situazioni comiche legate alle vacanze. Domenica d’agosto (1950) di Luciano Emmer, è il primo film a episodi a struttura intrecciata del cinema italiano, ambientato tra la spiaggia di Ostia e la città deserta.  La spiaggia (1954) di Alberto Lattuada - sceneggiato da Luigi Malerba, Rodolfo Sonego e Charles Spaak -  è ancora un film strutturato per storie parallele con la storia di Annamaria Montorsi (Martine Carol) che porta la figlia al mare come filo conduttore. La donna si finge vedova per evitare pettegolezzi, diventa amica del sindaco (Raf Vallone) del paese, ma alla fine un villeggiante (Carlo Romano) racconta la verità sul suo conto. Le signore borghesi snobbano con disprezzo la prostituta ma nel segreto delle loro case fanno cose peggiori. Annamaria, disperata, decide di accettare la protezione dell’uomo più ricco del paese (Carlo Bianco) e di colpo torna a essere stimata da tutti. 



Lattuada sviscera il tema dei vizi privati e pubbliche virtù che al tempo scandalizza non poco i solerti censori. Commedia balneare di costume abbastanza impegnata che simpatizza con gli emarginati e strizza l’occhio a una polemica antiborghese. La pellicola viene censurata e provoca discussioni in parlamento per colpa di una scena audace di Valeria Moriconi in bikini sotto la doccia. L’interpellanza è di un parlamentare democristiano che forse legge nella pellicola un messaggio vicino alle idee comuniste e un riferimento al caso Montesi. Sono molte le commedie balneari e cittadine girate con il meccanismo degli episodi incrociati, su tutte ricordiamo Racconti romani (1955) e Racconti d’estate (1955), ispirate a racconti di Alberto Moravia e sceneggiate da Amidei, Flaiano e Sonego. Regista Gianni Fanciolini, alle sue ultime prove d’autore. 



Altre commedie balneari sono vere e proprie pochade, interessanti perché anticipano il discorso sexy insistendo sulle epidermidi femminili e sui bikini in campo lungo. Sono film di vario tenore diretti da Giorgio Bianchi (Brevi amori a Palma di Majorca, Peccati d’estate), Marino Girolami (Ferragosto in bikini, Scandali al mare, Veneri al sole, Spiaggia libera), Camillo Mastrocinque (Diciottenni al sole), Mario Mattòli (Tipi da spiaggia), Giulio Petroni (Una domenica d’estate), Vittorio Sala (Costa Azzurra, I dongiovanni della Costa Azzurra, Il treno del sabato, Ischia operazione amore). Si tratta di piccole commedie che si assomigliano tutte, prive di spessore, senza temi impegnati, ma girate per divertire senza farsi problemi e per mostrare qualche bella ragazza in bikini. Non dimentichiamo Frenesia dell’estate (1963) un contenitore di episodi orchestrati sulla spiaggia di Viareggio da Luigi Zampa. 



Lo schema della commedia balneare è immutabile, sarà replicato fino ai giorni nostri da autori come Franco Citti (Casotto), Carlo Vanzina (Sapore di mare), Neri Parenti (Vacanze… d’ogni tipo) e Matteo Cerami (Tutti al mare): sottofondo di musica alla moda e una serie di vicende comico - erotiche più o meno intrecciate tra loro. In tempi recenti abbiamo avuto almeno tre filoni di commedie balneari, più o meno riuscite, quasi uno ogni dieci anni. La saga Sapore di mare, indimenticabile, dal capostipite vanziniano (1982), al numero due di Bruno Contini, fino al triste remake Sapore di te (2014), sempre dei Vanzina. La serie ambientata a Rimini, cinema a episodi di buona qualità: Rimini Rimini (1987) di Sergio Corbucci, replicato da Rimini Rimini - un anno dopo (1998) di Corbucci e Capitani. Infine i due Abbronzatissimi di Bruno Gaburro (1991 e 1993), intervallati da Saint Tropez - Saint Tropez (1992) di Castellano e Pipolo.



Abbronzatissimi 1 (1991) - Regia: Bruno Gaburro. Soggetto: Jerry Calà. Sceneggiatura: Castellano e Pipolo, Stefano Sudriè, Carlotta Ercolino. Fotografia: Sergio D’Offizi. Montaggio: Antonio Siciliano. Musiche: Riccardo Eberspacher. Scenografia: Enzo De Camillis. Costumi: Raffaele Fantasia. Produttore: Bruno Altissimi, Caludio Saraceni. Casa di Produzione: Penta Film, Maura International Film. Distribuzione: Penta Video, Medusa Video. Durata: 108’ (cinema e dvd) - 158’ (televisiva). Interpreti: Jerry Calà, Alba Parietti, Teo Teocoli, Mauro di Francesco, Franco Oppini, Eva Grimaldi, Nathalie Caldonazzo, Renato Cecchetto, Pier Maria Cecchini, Salvatore Marino, Guido Nicheli, Mariangela Giordano, Armando Ninchi, Monika Rebel, Sonia Grey, Enio Drovandi, Kim Van De Wint, Olinka Koster, Violaine Marie Bouloy, Clyde J. Barrett, Cristina Rinaldi, Rolanda Ravello, Valentine Demy, Carin McDonald, Aldo Ralli, Martina Colombari.



Un film a episodi che viaggiano ognuno per loro conto, come rette parallele, senza toccarsi mai, che hanno in comune soltanto l’ambientazione vacanziera, le spiagge di Rimini e Riccione, i locali alla moda e il Grand Hotel. Tipico film di Castellano e Pipolo, girato da un Gaburro in decadenza, ma che ritrova garbo e vigore in una commedia non molto nelle sue corde, ma che è invecchiata bene e si vede ancora con piacere. Tra l’altro esiste una versione tipo serie televisiva ante litteram da 158 minuti che a volte va in onda su Iris e che negli anni novanta abbiamo visto su TMC. In questi film la cosa importante è la colonna sonora alla moda, forse la cosa più costosa dell’intero prodotto: Can’t Take My Eyes off You di Glora Gaynor, Oh, Pretty Woman di Roy Orbison (che imperversa durante l’episodio con Eva Grimaldi prostituta dal cuore d’oro), Abbronzatissima di Edoardo Vianello (immancabile), ‘O scarrafone di Pino Daniele, La mia banda suona il rock di Ivano Fossati, Diavolo in me di Zucchero, Rocki’n Romance di Joy Salinas e You’re My Heart, You’re My Soul dei Modem Talking. 



Jerry Calà scrive il soggetto e si ritaglia il ruolo più importante, il filo conduttore della storia, come cantante di piano bar innamorato della bella Alba Parietti, moglie annoiata del padrone di un bagno. In tali panni Calà ci delizia come interprete di molte canzoni alla moda, mentre resta indimenticabile la sequenza del ballo sexy interpretata da Alba Parietti, che subito dopo raddoppia con un sensuale gelato che viene spalmato e leccato sul corpo del pianista. Calà è perseguitato da una fattucchiera brasiliana che gli fa maledizioni vudù a ripetizione, ritenendolo padre del suo bambino, mentre lui cerca di portarsi a letto la bella Parietti, promettendo di ucciderle il marito. Altra storia divertente vede gli squattrinati operai Teo Teocoli e Mauro Di Francesco fingersi ricchi clienti del Grand Hotel per accalappiare giovani turiste, ma com’è naturale ottengono solo problemi. 



Enio Drovandi è un truffatore di provincia perfetto nella parte del topo d’albergo, con la collaborazione di due ragazze compiacenti. Eva Grimaldi è una prostituta destinata a essere sfruttata anche quando incontra un compagno che pare dolce e innamorato come il finto cieco Franco Oppini. Nathalie Caldonazzo è una bella ragazza innamorata di un medico di colore (Salvatore Marino) che i genitori non vogliono come genero. Le storie portanti sono tutte qui. Finale a Cortina, si passa dal mare alla montagna, con Teocoli e Di Francesco che incontrano due ricche imprenditrici e si sistemano, Calà riesce a mangiare l’aragosta  (portarsi a letto la Parietti), la Grimaldi fa la solita vita con un nuovo compagno e la Caldonazzo si sposa il bel dottore, ma questo al mare, per lei non serve la trasferta montana.
Il film è ambientato a Riccione e in parte a Rimini, rispetta tutti i topoi della commedia balneare corretta in pochade e presenta qualche accenno di commedia sexy (Alba Parietti in alcune sequenze, ma anche la Grimaldi e la Caldonazzo), ormai molto stemperato. Film televisivo, per famiglie, di piacevole consumo, condito di battute e situazioni comiche che non invecchiano.



Abbronzatissimi 2 - un anno dopo (1993) - Regia: Bruno Gaburro. Soggetto: Carla Giulia Casalini. Sceneggiatura: Lucio Gaudino, Bruno Gaburro, Carla Giulia Casalini. Fotografia: Sandro D’Eva. Montaggio: Antonio Siciliano. Musiche: Roberto Eberspacher. Scenografia: Enzo De Camillis. Costumi: Raffaella Fantasia. Produttore: Mario e Vittorio Cecchi Gori, Bruno Altissimi. Casa di Produzione: Penta Film, Video Maura. Distribuzione: Penta, Cecchi Gori Home Video. Durata: 96’ (versione cinema), 137’ (integrale). Genere. Commedia balneare. Interpreti: Jerry Calà, Eva Grimaldi, Vanessa Gravina, Mauro Di Francesco, Pier Maria Cecchini, Franco Oppini, Maria Grazia Cucinotta, Valeria Marini, Renato Cecchetto, Marina Occhiena, George Hilton, Marco Modigliani, Fabrizio Cerusico, Barbara Cavallari, Philippe Boa, Carmen Di Pietro, Gabriella Barbuti, Gianfranco Manfredi, Anne Maj Montonen, Giusepe D’Aloja, Letizia Raco.



Bruno Gaburro ci riprova due anni dopo, ma senza Castellano e Pipolo, che intanto hanno girato in proprio un nuovo film balneare (Saint Tropez - Saint Tropez, 1992), di sicuro più efficace di questo stanco sequel, orfano di Teocoli e Parietti, rimpiazzati da una serie di giovani attori poco incisivi. Ma è la sceneggiatura non all’altezza della situazione che fa i danni maggiori, confezionando un contenitore di storie fiacco e poco appassionante. Jerry Calà ne esce meglio di tutti grazie alle innegabili doti comiche, nei panni di uno scrittore di successo in crisi con la moglie (Grimaldi), sempre a caccia di un editore. Per il resto citiamo Valeria Marini accanto a George Hilton, scambiato per il padre mentre si tratta del compagno, che alla fine viene lasciata libera di vivere la sua vita con i giovani. 



Franco Oppini è il direttore sessuomane del Grand Hotel, impegnato in una volgarissima scena di fellatio dietro la scrivania. Maria Grazia Cucinotta è una sottoutilizzata inserviente alla reception, mentre prova a intraprendere la carriera di attrice la bionda dei Ricchi e Poveri, Marina Occhiena, ma ne esce con le ossa rotte. Storie fiacche: una moglie separata (Gravina) e un marito (Di Francesco) che sono ancora innamorati, un laureato costretto a fare l’idraulico e il finto fidanzato (Cecchini), un marito scambista (Cecchetto) che cade in una serie di malintesi… Finali tutti prevedibili, totale assenza di erotismo e di suspense comica. Esiste anche una versione televisiva da 137 minuti di non facile reperibilità, ma vista la pochezza delle storie è più che sufficiente la versione cinematografica che fa rimpiangere non poco il primo capitolo della serie. Bruno Gaburro chiude con il cinema, ma visto il suo stile molto televisivo, continua a lavorare per il piccolo schermo: Come quando fuori piove (1998), Il cielo può attendere (2005), Prima della felicità (2010), Un angelo all’inferno (2012).



Il mio cinema, due volte a settimana lo trovi su Futuro Europa:http://www.futuro-europa.it/dossier/cineteca