mercoledì 24 dicembre 2014

Arrapaho (1984)

di Ciro Ippolito


Regia, Soggetto, Produzione: Ciro Ippolito. Sceneggiatura: Ciro Ippolito, Daniele Pace, Silvano Ambrogi. Fotografia: Giuseppe Berardini. Montaggio: Carlo Broglio. Mixage: Romano Checcacci. Costumi: Valeria Valenza. Architetto: Ricardo Buzzanca. Suono Presa Diretta. Primiano Muratori. Aiuto Regista/ Organizzazione Generale: Gianfranco Pasquetto. Ispettore Di Produzione: Mario Olivieri. Trucco: Mario Di Salvo. Operatore alla Macchina: Fabio Conversi. Assistente Operatore: Sandro Grossi. Fotografo di Scena: Roberto Calabrò. Animazioni: Alberto Della Vedova. Esterni: Campagne laziali, Arena di Verona (finale). Distribuzione: Lux International. Musiche: Totò Savio. Edizioni Musicali: C.G.D.. Teatri di Posa: Incir/ De Paolis. Durata: 98’. Genere: Commedia Demenziale, Musicale. Interpreti: Squallor, Urs Althaus, Tinì Cansino, Armando Marra, Benedetto Casillo, Renato Rutigliano, Maurizio Governa, Luigi Morra, Mario Olivieri, Diego Cappuccio, Marta Bifano, Gregorio Gandolfo, Roberta Fregonese, Clara Bindi, Fiore De’ Rienzo, Guendalina Giovannucci, Laura Lasorella, Max Turilli, Domenico La Macchia, Prudencia Molero, Giuseppe Antonucci, Ciro Ippolito. Voce Narrante: Alferedo Cerruti.


Arrapaho (1984) di Ciro Ippolito è un film basato sulle canzoni degli Squallor (Daniele Pace, Totò Savio, Alfredo Cerruti e Giancarlo Bigazzi) ambientato in un villaggio di indiani da avanspettacolo. Morandini definisce il film come “la pellicola più brutta della storia del cinema” e non ha tutti i torti, ma dimentica che un simile lavoro non può essere criticato secondo i canoni dell’estetica cinematografica. 


Ippoliti rincara la dose, accetta la definizione come un vanto: “Ho fatto il peggior film nel peggior momento storico del cinema italiano!”. La pellicola è un mito del trash, tra l’altro la cosa più memorabile è la campagna pubblicitaria a base di Ciao, vediti Arrapaho! che invitava il pubblico a recarsi al cinema. La trama si riassume in poche righe: Scella Pezzata non vuole sposare Cavallo Pazzo (Marra), ma preferisce Arrapaho (Althaus), per questo la tribù dei Cefaloni è sul piede di guerra. Ciro Ippolito porta al cinema la comicità musicale degli Squallor, l’esperimento non è esaltante, ma rivisto oggi il film conserva un certo fascino goliardico. 


Pace è Palla Pesante, Cerruti è come sempre la voce fuori campo, Bigazzi è il russo che capita per caso nel villaggio indiano, Savio il parente invitato al matrimonio (oltre a comporre le musiche), il regista Ippolito si vede nel finale come direttore d’orchestra. Molta volgarità, battute risapute, alcune inventate di sana pianta, improvvisate e prive di senso, tempi comici dilettanteschi, regia approssimativa, ma nonostante tutto il film si guarda con piacere. Originale la trovata degli spot pubblicitari che interrompono la narrazione, un’idea che a suo modo anticipa Almodovar, segue il grido di dolore di Federico Fellini e critica la pubblicità televisiva invasiva. 


Tinì Cansino è la protagonista femminile, la sua avvenenza da pin up anni Cinquanta aumenta l’interesse: prima la vediamo nuda in una lunga sequenza sotto la cascata e poco dopo le sue lacrime bagnano una florida mammella. Un film girato in 15 giorni, costato appena 135 milioni di lire, dotato di una messa in scena poveristica, realizzato da un regista incapace (ma ne è consapevole) e un direttore della fotografia ancora peggiore. La storia è talmente misera che il regista deve rimpolparla con spezzoni finto pubblicitari e alcune gag ispirate alle canzoni del gruppo (Berta, Pierpaolo a Rio…) con il solo scopo di raggiungere i 98’ previsti. Un anno prima era uscito il disco Arrapaho, ma anche Uccelli d’Italia era stato un successo e nel film abbiamo molti riferimenti a brani canori e alla produzione degli Squallor.


Arrapaho è un musicarello atipico, un musical demenziale interrotto da gag improvvisate, da canzoni come La pioggia per invocare l’acqua dal cielo, da apparizioni trash di Cesare Ragazzi (si cita un tormentone pubblicitario in voga negli anni Ottanta) che si è messo in testa un’idea meravigliosa. In realtà non si tratta di Cesare Ragazzi, ma di una controfigura che interpreta il ruolo del caratterista. Da un film così assurdo si accetta anche una ripresa contro luce, perdoniamo persino le sfocate contro sole e la totale improvvisazione delle gag. 


Tra le cose migliori le allusioni alla tribù dei Frocheyenne con il gay indiano Latte macchiato (“Quanto macchiato?” - “Abbastanza, grazie”), la scritta finale The Gay After, un trailer della telenovela Anche i ricchioni piangono, un buffo individuo che rincorre un tram (chiamato desiderio?) e finisce per beccarsi uno sputo in un occhio dal guidatore (Tranvel Trophy). Un’altra battuta indimenticabile vede Capo di Bomba, figlio di Palla Pesante (Pace), affermare che tra papà e mamma vuole più bene a Pippo Baudo. Assurdo il finale all’Arena di Verona durante una messa in scena dell’Aida con Ciro Ippolito nei panni del direttore d’orchestra e gli attori che sfilano in costume egizio. Da notare che gli esterni del film sono girati quasi tutti nelle campagne romane, persino alle famose cascate del fiume Treja di Monte Gelato, nel comune di Mazzano Romano, vero tempio del cinema di genere italiano. Inutile parlare di recitazione in un film simile che vede gli attori interpretare ruoli sopra le righe, ai limiti della pura cialtroneria. I titoli di coda rincarano la dose ringraziando una serie di attori invisibili che ovviamente non hanno interpretato il film: Marlon Brando, Woody Allen… Un lavoro impensabile, ai giorni nostri, consigliabile a chi non conosce la vera comicità surreale, figlia di Arbore, Boncompagni, Bracardi, Marenco, Squallor e Ciro Ippolito. Rendiamo omaggio a un certo tipo di genialità.


Arrapaho si ricorda anche come il primo film interpretato da Tinì Cansino, nome d’arte dell’attrice greca Photina Lappa, nata in un paesino nei presi di Atene nel 1959, anche se lei gioca per anni su presunti natali statunitensi. Alcune fonti la danno nata a Lecce - si veda 99 Donne di Davide Pulici e Manlio Gomarasca - ma è Cosmo de La Fuente - cantante venezuelano molto amico dell’attrice - a confermare le origini greche. Studia danza classica, debutta in televisione nel sexy show Playgirl, insieme a Minnie Minoprio, dove esibisce la sua prorompente bellezza. Tinì diventa famosa nel 1983 per la partecipazione come ragazza fast food nel programma più seguito dai giovani, quel Drive in di Antonio Ricci che va in onda ogni domenica su Italia 1 - dal 1983 al 1988 - per la regia di Giancarlo Nicotra. La fortuna della showgirl è l’incontro con il manager Alberto Tarallo, che le suggerisce il nome d’arte di Tinì Cansino per sfruttare la somiglianza con Rita Hayworth, il cui vero cognome era Cansino. Il manager fa di meglio, s’inventa una finta parentela con l’attrice americana, sulla quale la showgirl vive di rendita per anni, al punto che in molti pensano di trovarsi di fronte la nipote della Hayworth. 


La somiglianza con l’attrice statunitense sta nella fluente chioma rossa e in un buffo accento americano inventato da registi e produttori. In questa pellicola - trattandosi di un’indiana - i suoi capelli sono nerissimi. L’attrice vanta una serie di relazioni con vip del mondo dello spettacolo: Warren Beatty, Vasco Rossi, Kashoggi jr. e Saverio Vallone, ma non sappiamo se tutte queste storie sono vere. La parentela con Rita Hayworth alla fine viene smentita, Tinì scrive una sorta di biografia - confessione per il periodico Blitz dove ammette che il secondo marito di sua madre (Peter Cansino) è il nipote della Hayworth, ma pure questa notizia va presa con beneficio d’inventario. 


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